Lavoro totale
Una delle prime domande che facciamo a una persona appena conosciuta è: “Che lavoro fai?”
La risposta ci aiuta subito a collocarla. Reddito probabile, istruzione, ambiente sociale, perfino quanto rispetto concederle.
Il lavoro paga la casa, il cibo e il futuro. Fin qui è comprensibile.
Poi gli abbiamo affidato anche tutto il resto.
Deve darci identità, autostima, amici, disciplina, una ragione per alzarci e possibilmente la sensazione di lasciare un segno nel mondo.
Un contratto con parecchie responsabilità.
Così, quando qualcuno perde il lavoro, perde spesso molto più dello stipendio. Spariscono gli orari, il ruolo, i colleghi e la risposta pronta alla domanda “Tu cosa fai?”
Le ricerche collegano la disoccupazione a un rischio maggiore di ansia e depressione. La pressione economica pesa, insieme alla perdita di struttura e di appartenenza.
Anche chi lavora può restare intrappolato nello stesso meccanismo.
Se il lavoro va bene, si sente valido. Se rallenta, si sente inutile. Se un collega avanza, la sconfitta diventa personale. Se arriva il licenziamento, sembra quasi una cancellazione.
Nel frattempo ripetiamo che la vita privata viene prima.
Poi chiediamo alle persone di presentarsi con una professione, misuriamo le giornate attraverso la produttività e trattiamo il riposo come un premio da meritare.
Persino gli hobby devono produrre qualcosa. Correre diventa prestazione. Leggere diventa una lista. Cucinare diventa contenuto. Riposare richiede una giustificazione.
Forse abbiamo caricato il lavoro di troppe funzioni perché costruire il resto richiede tempo: amicizie, comunità, interessi, silenzio, una vita che continui ad avere forma anche quando il badge smette di funzionare.
Il lavoro resta importante. Molto.
Fa impressione, però, vedere quanta parte di una persona può scomparire insieme a un indirizzo email aziendale.





