Ma il processo non si è fermato qui. Quando si controlla la medicina e si controllano i semi, il passo successivo è il controllo del cibo.
Per migliaia di anni, l’umanità ha costruito la propria sicurezza alimentare su un patrimonio straordinario di biodiversità. Ogni territorio custodiva centinaia di varietà di cereali, legumi, ortaggi e frutti, selezionate naturalmente e tramandate di generazione in generazione. Ogni seme rappresentava una risposta diversa ai cambiamenti climatici, alle malattie, ai parassiti e alle caratteristiche del territorio.
Poi il paradigma è cambiato.
Con l’avvento dell’agricoltura industriale,
la biodiversità fu progressivamente sostituita dalla standardizzazione.
Migliaia di varietà locali non scomparvero perché inutili, ma perché un sistema fondato sull’uniformità, sulla produzione intensiva e su logiche del mercato. Vale a dire, sulle logiche del profitto e del Dio denaro.
Secondo le principali stime internazionali, nel corso dell’ultimo secolo è andata perduta una parte enorme della diversità genetica delle colture agricole mondiali, mentre oggi una quota rilevante dell’alimentazione umana deriva da un numero sorprendentemente ristretto di specie vegetali. Ogni varietà agricola che scompare restringe il patrimonio genetico disponibile, riduce le possibilità di adattamento ai cambiamenti climatici, rende le produzioni più vulnerabili a nuove fitopatie e aumenta la dipendenza da un sistema fondato su poche varietà commerciali.
Ed è qui che la questione smette di essere soltanto agricola.
Quando migliaia di varietà vengono sostituite da poche colture commerciali, quando milioni di agricoltori dipendono da un numero sempre più ristretto di fornitori di sementi e quando il patrimonio genetico mondiale continua a restringersi, la questione non riguarda più soltanto l’agricoltura.
Riguarda la sovranità alimentare.
Perché chi controlla i semi controlla il primo anello della catena alimentare.
E chi controlla il primo anello della catena alimentare esercita inevitabilmente un’enorme influenza sulle scelte di chi produce il cibo e, indirettamente, anche sulle possibilità di scelta di chi quel cibo lo consuma.
È lo stesso schema che abbiamo osservato nei post precedenti [ 1️⃣ e 2️⃣ ].
Prima
la progressiva marginalizzazione di numerosi saperi terapeutici tradizionali.
Poi
la standardizzazione dell’agricoltura.
Ora
la progressiva riduzione della biodiversità alimentare.
Tre fenomeni diversi, ma accomunati da una stessa dinamica:
la concentrazione di risorse strategiche nelle mani di un numero sempre più limitato di soggetti economici.
Per questo la domanda finale non riguarda soltanto l’agricoltura.
Può davvero definirsi libero un sistema alimentare che dipende da un patrimonio genetico sempre più ristretto e da un numero sempre più limitato di attori economici?
#traccediconsapevolezza
Media, ricerca e stesura testo,
©️ALL RIGHT RESERVE
@lafenicereale
UNISCITI a ☘️ TRACCE SOCIAL ☘️








