C’era una volta un contadino che possedeva un pozzo antico. Ogni mattina scendeva con il secchio per attingere acqua, ma col tempo iniziò a lamentarsi: “Perché devo fare sempre questa fatica? Il pozzo dovrebbe darmi acqua da solo”. Così smise di curarlo, lasciò che pietre e terra vi cadessero dentro, e poco a poco l’acqua si intorbidì. Un giorno arrivò un vecchio viandante che gli disse: “Il pozzo non ha smesso di dare acqua. Sei tu che hai smesso di custodire il canale che la fa salire”.
La parashà di questa settimana ci pone davanti proprio a questo insegnamento. “Se camminerete nei Miei statuti…” (Vayikrà 26:3). La Torà non dice semplicemente “se osserverete”, ma usa il verbo תֵּלֵכוּ – telechu, “camminerete”. La vita spirituale non è uno stato fermo; è un cammino continuo. Non basta possedere un pozzo: bisogna continuare a scavare, a custodire, a purificare.
I Maestri si soffermano sul termine בחקת – bechukotai, “nei Miei decreti”. La radice חקק – chakak significa “incidere”. Come parole scolpite nella pietra. La Torà qui suggerisce che il rapporto con Dio non deve restare superficiale, scritto solo sulla sabbia delle emozioni passeggere, ma inciso nel cuore dell’uomo. Quando la Parola divina è incisa dentro di noi, diventa parte della nostra identità.
Ed è interessante che il versetto non dica: “se conoscerete i Miei decreti”, ma “se camminerete in essi”. Perché la fede non vive solo nello studio, ma nel movimento quotidiano: nel modo in cui si parla, si perdona, si lavora, si guarda il prossimo.
La parashà continua con benedizioni straordinarie: pioggia al suo tempo, pace nella terra, abbondanza. Ma i commentatori spiegano che queste non sono semplicemente ricompense materiali. Sono il frutto naturale di una vita allineata con la volontà divina. Quando l’uomo vive scollegato dalla propria sorgente interiore, tutto si inaridisce. Quando invece ritorna al cammino, persino il deserto comincia a fiorire.
C’è anche un altro messaggio molto profondo nelle ammonizioni severe presenti alla fine della parashà. Esse non sono parole di rifiuto, ma di richiamo. Come un padre che vede il figlio allontanarsi verso un precipizio e grida con forza perché desidera salvarlo. Infatti, dopo tutte le difficoltà annunciate, Dio dichiara: “Non li rigetterò e non li respingerò” (Vayikrà 26:44). L’alleanza resta viva.
Questo è il cuore di Behukotai: Dio non cerca perfezione immediata, ma un popolo che continui a camminare. Anche lentamente. Anche con fatica. Anche dopo essere caduto.
Perché la santità non nasce in un istante. Nasce da passi ripetuti nella stessa direzione.
E forse oggi Egli ci sta dicendo proprio questo: non abbandonare il pozzo. Continua a scavare. Continua a camminare. L’acqua viva è ancora lì.
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2May 13, 2026 167