Spesso sul tema “woke”, “politicamente corretto” ecc. viene fuori spesso a sinistra l’argomento “non è mica detto che diritti civili e diritti sociali non possano svilupparsi assieme”. Questo argomento, apparentemente sensato, è in verità un completo marasma.
È semplicemente falso equiparare le tematiche woke con i “diritti civili”. Moltissimi diritti civili si sono sviluppati benissimo a fianco dei diritti sociali per lungo tempo.
Ma si trattava di una specifica classe di diritti civili, ovvero quelli che chiedevano EGUAGLIANZA formale, EGUAGLIANZA giuridica tra tutti i cittadini. Diritti del lavoro e diritto di voto si sono sviluppati armonicamente gli uni accanto agli altri. L’eguaglianza davanti alla legge indipendentemente da razza, sesso, orientamento sessuale, ecc. è un portato dello sviluppo sociale complessivo degli ultimi due secoli.
Ciò che viene costantemente messo sotto il tappeto è che tra gli anni ’70 e gli anni ’80 del XX secolo – gli anni in cui emergono le tematiche confluite nel “woke” – si impone un paradigma di diritti soggettivi che non ha più niente a che fare con il paradigma egalitario precedentemente in vigore. Ciò che emerge è un paradigma “rivendicazionista” in cui si assume che anche se non ci sono più discriminazioni di legge, ora bisogna rivendicare diritti speciali per gruppi specifici. L’idea di fondo è quella di un “diritto compensativo”, tale per cui si assume che un certo gruppo sia in una condizione di particolare bisogno o sofferenza o abuso tacito e si attivano tutele speciali a compensazione di questi “bisogni”.
Ma qui naturalmente tutto cambia.
Un conto è dire che Mario e Maria devono avere entrambi diritto di voto. Questo è facile da spiegare ed è facile da dimostrare che prima Maria non aveva il diritto di voto e Mario sì. Ma se si assume di dover fornire compensazioni per bisogni, sofferenze, abusi che non sono manifesti, ma presunti, allora si scatena una infinita rincorsa di mille gruppetti e lobby nel dipingersi come “bisognosi di compensazione”.
Ed è quel che è avvenuto. È nata così un’intera letteratura sulle “microviolenze”, su presunte prevaricazioni che sarebbero implicite in certe parole, in certi comportamenti, in certi costumi. Alle volte queste “microviolenze” esistevano, più spesso erano pura opera di fantasia, ma il vero problema è il mutamento di paradigma: a questo punto si è scatenata una rincorsa all’ottenimento di diritti speciali (diritti destinati non alla collettività, ma a sottogruppi), e la base per rivendicarli si è soggettivizzata: non più ciò che esteriormente tutti potevano vedere ma ciò per definizione era nascosto e che veniva soltanto percepito soggettivamente come sofferenza privata.
C’è tutta la differenza del mondo tra essere tutelati dall’esercizio altrui della violenza (cosa sulla cui giustezza nessuno sano di mente ha dubbi) e l’essere tutelati rispetto al fatto che un modo corrente di usare le parole sia da qualcuno ritenuto una violenza metaforica, un’aggressione alla propria dignità. C’è tutta la differenza del mondo tra chiedere che ci sia tolleranza per come ci sentiamo, e dichiarare che se il mondo non riconosce come noi ci autopercepiamo (e non lo rende realtà) questa sarebbe una violenza.
August 27, 2026 4.9K 72