Francesca, che mi vede su TikTok, a proposito del link che ho postato ieri qui sopra, mi ha mandato un messaggio carico ancora della sofferenza provata nel periodo della feroce discriminazione che abbiamo dovuto affrontare.
E allora ri-posto, questa volta in chiaro, affinché sia visibile da tutti, quel post di TikTok, al quale voglio aggiungere queste mie parole di sdegno e di condanna nell’intento di riassumere i motivi profondi e indelebili che provocano e continueranno a provocare il dolore inestinguibile di Francesca, mio, vostro e di tanti altri perseguitati come noi.
Cara Francesca, cari tutti, quelle parole ci straziano perché sono cariche di un odio cieco, disumano e profondo.
La pubblica diffusione, dispensata quotidianamente in gocce sapienti di quelle maledizioni, fu diretta a far lievitare una vasta e condivisa propensione persecutoria.
Fu propaganda.
Fu il linciaggio verbale indispensabile a preparare quello fisico, reale, desiderato, o quantomeno considerato accettabile, da tutti i sierati entusiasti ed ebbri della loro obbediente paura. La schiacciante maggioranza degli italiani.
Fu il semenzaio delle mani che potevano e che dovevano armarsi contro di noi.
A me in quei giorni bersagliarono l’auto con un proiettile mentre mi trovavo al suo interno. Il segno è ancora lì. Nessuna polizia, lo volle documentare, nonostante le mie reiterate denunce.
C’era voglia di persecuzione, di internamento e di sterminio, pubblicamente e orgogliosamente sbandierata, rimasta impunita e anzi, nemmeno colpita da indagini.
Inaudito!
Stavano propagandando la loro soluzione finale, insomma, col beneplacito dell’informazione nazionale.
Davano fiato alle trombe del loro ritrovato squadrismo in salsa totalitaria. Destra, centro e sinistra, finalmente unite.
Ci siamo sentiti a un passo dagli stalag, dai gulag e dalle trionfanti e plaudite decimazioni.
Questo è quel che ci ha investito in pieno.
Questo deve fondare la celebrazione del nostro giorno della memoria.
La memoria che siamo costretti a portare nel nostro cuore lacerato dalla loro brutale disumanità. Indicati quale feccia da schiacciare senza pietà.
Questa fu la barbarie tornata in auge senza pudore e senza vergogna.
Noi l’abbiamo vista, riconosciuta e coraggiosamente contrastata, pagandone il prezzo delle sanzioni, dell’isolamendo, della sospensione dal lavoro.
Ma quel che di più ci ferisce, più del berciare di quelle scimmie feroci, è il silenzio complice.
Quello dei vicini, degli amici, dei parenti rimasti colpevolmente a guardare la nuda prospettiva delle camere a gas che, in tanti, senza dirlo, avrebbero voluto che si spalancassero per inghiottirci.
E mattarella fornì loro il più proditorio degli argomenti: “non si invochi la libertà…”
Ebbene, sono trascorsi ormai tanti anni e quel silenzio complice ancora mi assorda.
Ho aspettato paziente qualche segno di resipiscenza dagli amici, dai compagni, dai colleghi di un tempo.
Nessuno di loro mi ha mai manifestato, nè pubblicamente nè privatamente, manco una parola di consapevolezza e di sdegno per la vergognosa persecuzione che fu scatenata contro di noi.
Vergognatevi, finti democratici assonnati, sotto il cui naso ha sfilato inavvertita la furia di una nuova, eppure non inedita, frenesia di discriminazione. Capaci solo di esecrare a parole gli orrori del passato, senza nemmeno saper distinguere quelli del presente, se non per approvarli, silenziosamente.
Vergognatevi!
Ebbene, cara Francesca, io mi sono stancato di aspettare quel segnale, quella parola di resipiscenza.
Quindi, ancora una volta coraggiosamente, prendo congedo da tutti gli ex colleghi, gli ex amici, gli ex compagni di scuola.
La mia dignità me lo impone.
Basta rimpatriate ipocrite, cene di classe, rievocazioni di bei tempi andati.
Soprattutto non osate rimproverarmi perché “non mi faccio mai sentire nè vedere”, come se fossi io quello che dovrebbe sentirsi in colpa per il mio silenzio e la mia assenza.
Dio vi benedica, vi auguro di riuscire a vivere in pace con le vostre coscienze, ma i miei compagni di viaggio, ora, sono altri e sono nuovi.