«Se sei felice» risponde. «Mi preme che anche tu sia felice.»
Ora tocca a me fissarlo incredula. Vuole
ancora un'assoluzione. E che cosa posso dirgli? Che non sono felice? Che ho provato a uscire con altre persone ed è stato l'equivalente emotivo di andare avanti a salatini quando l'unica cosa che desideravo realmente era un pasto vero? O che ci sono intere zone della città che evito accuratamente perché mi ricordano quei primi mesi in California, quando viveva ancora con me? Che ogni mattina, quando apro gli occhi prima che suoni la sveglia, allungo ancora una mano verso il suo lato del letto, perché, se potessi averlo con me per un solo minuto, forse non sarebbe così difficile affrontare un'altra giornata snervante in ospedale, l'ennesima in una serie infinita di giornate snervanti?
Che continuo a svegliarmi dopo averlo sognato con la testa sepolta tra le mie cosce, e che prendo in mano il telefono ogni volta che succede qualcosa di particolarmente assurdo in uno dei polizieschi che sto leggendo, solo per ricordarmi che non posso più scrivergli? Che passo più tempo a provare a non pensare a lui che a pensare a qualcos'altro? Tutta questa ostinata nostalgia e questo desiderio soffocante sono diventati combustibile, benzina che alimenta la mia rabbia.
«Sì » dico. «Sono felice.»




