#russiaVSucraina #geopolitica
Riflessioni dalla Russia
Ieri notte mi hanno svegliato alcune esplosioni e il rumore tipico della contraerea. Mi trovo a San Pietroburgo.
La mattina passando in bus, a pochi chilometri da casa vedo enormi colonne di fumo. Non pubblico le foto perché in Russia è vietato e punibile per legge, ma chi vuole ne trova in abbondanza su internet.
Apprendo dalla radio che è stato colpito l’ennesimo magazzino di Wildberries, l’omologo russo di Amazon. Dalle dimensioni dell’incendio deduco che anche in questo caso è bruciato tutto. Di questo passo la compagnia fallirà entro fine anno.
Il dato importante è che non si tratta di una nottata eccezionale, ma di qualcosa che per buona parte della Russia europea è diventata routine.
Non scrivo questo post come un piagnisteo e di certo non mi metto a puntare il dito sull’Ucraina e i suoi crimini di guerra. Quello che sta succedendo è il legittimo risultato di una guerra che andava conclusa in ben altri tempi, con ben altri mezzi e con tutt’altro livello di energia e decisione politica. L’establishment politico russo non ha voluto/potuto vincere questa guerra come lo richiedeva l’esigenza militare e la necessità storica di questo frangente, e adesso la Russia stessa si ritrova in una posizione geostrategica peggiore rispetto a quella in cui versava prima di intraprenderla.
Il Donbass non è ancora stato liberato, e di certo non si può parlare di denazificazione o tantomeno demilitarizzazione dell’Ucraina, obbiettivi dichiarati da Putin nel lontano febbraio ’22. Anzi, ora è la Russia stessa ad essere sempre più campo di battaglia e gli obbiettivi di sicurezza geostrategica che si poneva il Cremlino si stanno allontanando invece che avvicinando. Nel 2022 era ad esempio impensabile che l’Ucraina potesse bombardare Kursk o Belgorod, figurarsi San Pietroburgo.
Come diceva Clausewitz, se non viene sconfitto rapidamente e definitivamente, anche il più stupido dei nemici trova i modi, i mezzi e le energie per adattarsi al campo di battaglia e reagire. E l’Ucraina, tantomeno i suoi curatori esteri, non è mai stata un nemico stupido. Una guerra che dura più di quattro anni di certo non può essere un pestaggio unilaterale, come invece hanno a lungo cercato di descriverlo certi ESPERTI della controinformazione italiana.
Ma il nocciolo del problema non è nemmeno questo. È che in questa carneficina che dura ormai più della guerra tra Germania e URSS, il Cremlino non sembra più avere una chiara visione degli obbiettivi, né tantomeno della strategia per raggiungerli.
Dopo quattro anni di autoconvincimento che l’Ucraina collasserà da sola, o per mancanza di soldi o per mancanza di uomini, forse è il momento di smetterla di prenderci in giro da soli e di “trastare il piano”. Perché evidentemente di piano non ce n’è più alcuno.
Il bivio di fronte a cui si trova la Russia e dove continua a rimanere impalata da qualche anno in preda all’indecisione, è lo stesso di sempre: la mobilitazione di tutte le risorse economiche, umane, intellettuali e soprattutto spirituali per la vittoria strategica decisiva sull’Occidente, oppure il tentativo di tornare, con la coda tra le gambe e lo sguardo mogio e pentito, nel sistema-mondo occidentale, così caro alle élite svendipatria. Già quattro anni fa avevo spiegato che una parte consistente dell’élite russa preferisce la seconda variante, cosa che comporta inevitabilmente la resa militare. Ora vediamo con chiarezza i risultati del loro lavoro.
Ma finché non sarà presa una chiara decisione in un senso o nell’altro, i magazzini di Wildberries continueranno a bruciare. E io a perdere ore di sonno e quel poco di ottimismo che mi rimaneva.
Nilo Vlas