Il corredo della Paoletti
Ci sono ricordi che riaffiorano dopo anni e che, all’improvviso, si trasformano in una scintilla capace di illuminare qualcosa che per tanto tempo avevi ignorato.
Sono sdraiato sul letto, pronto ad addormentarmi, quando senza un motivo apparente mi torna in mente il corredo della Paoletti. O forse dovrei dire: mi torna in mente mia nonna, che mi raccontava di quando, rimasta vedova con tre bambini piccoli, si era rimboccata le maniche e aveva iniziato a vendere quel corredo.
Ascoltare le nonne è un po’ come riascoltare una canzone tante volte: alla fine ti resta dentro il ritornello.
Per anni mia nonna mi ha raccontato di quando, insieme a mio zio Tiziano — allora solo un bambino — girava di casa in casa nella speranza di vendere quel corredo e portare a casa qualche soldo. Mi diceva che, non sapendo scrivere, portava con sé “Tizianino”, che prendeva gli ordini. E di come, spesso senza denaro, si fermassero a mangiare in macchina un panino con la mortadella. La sera rientravano tardi, cenavano con pane in una tazza di latte e preparavano tutto per ripartire il giorno dopo.
Ho ascoltato queste storie per anni, senza accorgermi davvero dell’effetto che, poco alla volta, stavano avendo su di me.
Solo adesso, proprio questa sera, senza nemmeno cercarne il significato, un’emozione mi ha raggiunto. E ho capito che tutto è iniziato da lì, dai racconti di mia nonna.
Di lei mi restano tanti ricordi. Ma questa sera mi rendo conto che sono altrettanti gli insegnamenti. E quello che emerge più forte è semplice e profondo: affrontare ogni lavoro con dignità e onestà.
E forse è proprio per questo che, ancora oggi, senza accorgermene, anch’io continuo a vendere quel corredo. Non fatto di stoffe o ricami, ma di valori, di sacrifici silenziosi e di una forza che non fa rumore.
Dedico questo testo alla mia nonna Anna che continua a vivere in molte delle scelte che faccio.