Lo potremmo chiamare "stallo ad alta intensità", quello che vediamo oggi in Medio Oriente, con la chiusura della finestra di 60 giorni che accompagnava il MoU dello scorso giugno che in tanti tra i nostri media, interessatamente, hanno travisato in "scadenza dell'ultimatum" di Trump all'Iran. "Stallo" perché alla fine, con tutto che questa finestra temporale si sia ormai chiusa, le inenarrabili conseguenze che ne sarebbero dovute derivare ancora non si sono viste. Del resto, dati i rapporti di forza ormai emersi nella regione, neppure si comprende perché tali conseguenze avrebbero dovuto verificarsi.
Lo Stretto di Hormuz resta dunque sotto chiaro controllo iraniano, in accordo con l'Oman con cui proprio nella giornata di ieri è stata raggiunta una sostanziale convergenza sulle sue rotte. Secondo le dichiarazioni, le navi entreranno dal corridoio iraniano ed usciranno da quello omanita, coi due paesi congiuntamente impegnati nella gestione delle acque e della sicurezza dello Stretto. Nel frattempo, il transito navale continua a restare piuttosto limitato: diverse navi utilizzano il corridoio iraniano, mentre quello messo in atto dalla US Navy continua a restare un solco di mare deserto e disertato. Il commercio, seppur falcidiato dalla congiuntura bellica, preferisce sempre i fatti alla retorica quando si tratta di tutelare i propri affari; la retorica, tutt'al più, la risparmia per il marketing, dove comunque non ne fa mai troppo uso per non incontrare, nel potenziale cliente, quell'effetto contrario che invece i retori del marketing politico non sembrano sufficientemente valutare.
Nel mentre, Ansar Allah, in parallelo all'Iran con Hormuz e il Golfo Persico, continua nella sua strategia di pesantemente condizionare il passaggio alle navi saudite per Bab el-Mandeb e il Mar Rosso. Il parallelismo non si ferma comunque qui: entrambi subiscono non a caso un assedio dall'asse israelo-americano, che soprattutto nel secondo caso si basa sulle leve di cui in via residuale può ancora disporre nei paesi del Golfo. I paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo, trascinati controvoglia in una guerra che nel complesso non volevano ed avevano esplicitamente rifiutato, con l'Iran hanno ormai raggiunto un nuovo seppur fragile equilibrio, con l'obiettivo che nient'altro di nuovo lo possa turbare. Nel caso dello Yemen, il nuovo conflitto con Ansar Allah non era nei desideri del Regno dei Saud, che vi vede non soltanto un grave pregiudizio per la sua già provata sicurezza nazionale ed economia estrattiva, ma anche una pericolosa rottura di un accordo di tregua che dal 2022, pur senza rinnovi, aveva garantito pace tanto a Riyad quanto a Sana'a. Certo, era una pace relativa, giacché col governo yemenita riconosciuto, il Consiglio Presidenziale di Guida oggi con sede nella capitale del fu Yemen meridionale, Aden, Ansar Allah era comunque rimasto sempre in guerra. Il conflitto che ha scosso tutto il Medio Oriente dallo scorso 28 febbraio ha posto le basi anche per il superamento dell'irrisolta questione yemenita, con un paese ancor oggi diviso a metà; e purtroppo la rottura di quella tregua del 2022, a cui hanno contribuito a piene mani tanto i sauditi e i loro alleati sud-yemeniti di Aden, quanto i nord-yemeniti di Sana'a alleati di Teheran, con un ben ravvisabile zampino americano nelle quinte colonne militari di Riyad e Aden, in ciò ha fatto parte del gioco, non essendo più un aggiustamento adeguato ai nuovi equilibri ormai emersi in tutta la regione. Pertanto, che Ansar Allah abbia rovesciato contro i suoi rivali quell'assedio che gli era da anni imposto in forma di tregua, non appare un meccanismo tanto diverso da quello che del pari abbiamo notato con l'Iran nei confronti degli USA.
Il bello, o a seconda di come si preferisca il peggio, in quest'ultimo caso probabilmente deve ancora avvenire. Dopotutto l'Iran, come Ansar Allah, e tutte le altre componenti dell'Asse della Resistenza, sta rapidamente passando dalla difesa all'offesa. Ci sarà dunque un ritorno ai negoziati per tutti, ma altri prima dovranno accettare il fatto di non essere davvero in vantaggio come affermano in questa catena di conflitti; per quanto, beninteso, la realtà non sembri in questo momento il primo dei loro pensieri. Forse giusto quella delle scommesse: dopotutto, quanti soldi hanno messo da parte con le loro belle speculazioni in borsa, sulla pelle anche dei loro cittadini e dei loro soldati? FILIPPO BOVO