Dalla Supplica al Riconoscimento: La Decodifica della Preghiera
Ho voluto approfondire il concetto di preghiera per comprendere il senso profondo di questo termine e svelare l'equivoco che lo circonda.
Nella percezione comune, la preghiera viene quasi sempre intesa come una supplica rivolta verso l'esterno, un chiedere favori, grazia o protezione a un'entità distante, ponendosi in una condizione di sottomissione e di mancanza.
Tuttavia, ascoltando la natura dello spirito e il messaggio di Cristo, questa visione rivela subito la sua incongruenza.
Lo spirito non ha bisogno di chiedere nulla a nessuno, poiché l'essenza è unica e integra: a chi dovrebbe chiedere, e che cosa?
Se il tempio non è una struttura fatta di pietre ma la dimora viva dello spirito, il "luogo di preghiera" non può essere il teatro di una negoziazione o di un'elemosina spirituale.
Pregare non significa chiedere, ma riconoscere la propria essenza originaria e manifestarla.
Proprio per smontare l'illusione della mendicità interiore e verificare se questo inganno fosse radicato nella lingua o nella traduzione, sono andato a ricercare l'origine etimologica vera e propria del termine nei testi antichi.
Il termine preghiera deriva dal latino precāri ("supplicare"): questa sovrapposizione ha ridotto l'atto a un'elemosina spirituale, una visione che fonda l'esperienza sulla mancanza, imponendo la sottomissione e la cessione della propria volontà a un'autorità esterna da ingraziarsi.
Nei testi antichi in lingua greca attribuiti a Yeshua, invece, non si usa il termine deēsis (il chiedere per indigenza), ma proseuchē.
Formato da pros ("faccia a faccia") ed euchē ("dichiarazione solenne"), questo vocabolo greco mi suggerisce che non vi sia alcuna mendicità, ma la manifestazione solenne del proprio intento: l'orientamento diretto dell'essenza di fronte all'Origine, senza intermediari o separazione dal Padre.
Quando Yeshua scaccia i mercanti dal tempio affermando che la casa del Padre deve essere "luogo di preghiera" (oikos proseuchēs) e non un "covo di ladroni", non sta compiendo un semplice atto morale contro il commercio di animali, sta smantellando il principio stesso del baratto spirituale.
La logica del mercato rappresenta l'illusione di dover offrire sacrifici, monete, formule codificate o sottomissione per ottenere una risposta spirituale, ed è la trappola del sistema che si frappone tra il creato e la Sorgente.
Se il tempio non è fatto di pietre ed è la dimora viva dello spirito, la proseuchē coincide con la presenza pura: non si occupa il tempio per contrattare, ma per manifestare ciò che si è.
Svelare il significato originario della preghiera significa restituirle la sua vera natura di atto di sovranità.
Non si tratta di un'elemosina, ma di una dichiarazione d'intento con cui si afferma e si proietta ciò che è già presente in potenza nell'Origine.
Non è sottomissione, ma allineamento: non c'è un "sopra" e un "sotto", né una divinità giudicante a cui piegarsi, ma il riconoscimento immediato della relazione con il Padre.
Questo annulla qualunque intermediario, rendendo superfluo qualsiasi clero, rituale o struttura esterna, poiché l'intento nasce e si compie direttamente all'interno dello spazio sovrano dell'individuo, – Il Tempio –.
La traduzione latina ha letteralmente sovrascritto un atto di presenza e sovranità interiore, trasformandolo in un dispositivo di condizionamento basato sulla mancanza.
La vera preghiera non è la voce che chiede di essere ascoltata da un'autorità esterna, ma l'atto con cui ci si riconosce come spirito, manifestando e affermando la propria natura originaria.
Giorgio Bernardi