È morto Francesco Guccini. È una notizia piena di nera ironia, perché ci costringe a uscire da una pausa estiva che ci siamo presi per trattare qualcosa che fa sempre dispiacere trattare.
E quindi, come riassumere Guccini? Meno nazionalpopolare di De Gregori, meno santificato di De Andrè, Guccini è affascinante perché più divisivo: perché non rifiuta l'autobiografia, non si nasconde dietro a versi criptici, si fa carico dei propri sbagli e li porta sulle spalle. Insulta piccato Bertoncelli facendo nomi e cognomi quando il suo disco viene stroncato; e si lagna del fatto che il suo pubblico gli voglia così bene, che si identifichi in ciò che scrive. Continua a ripetergli che oramai lui è vecchio, e che forse non voleva manco poi troppo parlarci, con quel pubblico lì.
E Guccini, in virtù di quello scrivere di sé a cui accennavo sopra, si rende più universale per tutti: pur mostrando qualcosa di estremamente particolareggiato e definito con minuzia. È una sensazione che ho provato recentemente guardando Le città di pianura, che tra l'alcool, gli eterni falliti, il parlare di cose serie senza prendersi sul serio e una geografia antropologica della periferia definita quasi solo da grandi strade su cui vagare, alla fine, acquista parallelismi gucciniani mica niente male.
Guccini è per me una serie di ricordi indissolubili: è un numero infinito di canzoni cantate a squarciagola da ubriaco in Pratello; è un vecchio amore finito male, sbiadito, a cui torni col ricordo con un misto di rancore e nostalgia; è un viaggio in treno di notte verso casa sapendo che non c'è niente di buono a cui tornare.
Guccini è, come tutti i cantautori, un uomo campato grazie a una stagione di gloria (a voler essere generosi dal '72 al '78) che ha poi utilizzato il proprio tempo per dare vita a mezze ciofeche. D'altronde è difficile rimanere nello zeitgeist più a lungo di così. E ciononostante, in tutto Guccini, nei suoi venti dischi, riesce a spuntare quasi sempre un brano geniale che torce le budella, legato indissolubilmente a quel salmodiare da baritono e a un arpeggio di chitarra acustica: un modo come un altro di incastrarsi nel nostro canone e fare parte del quotidiano per tutte le generazioni che l'hanno vissuto.
Ciao.
















