Mentre Zaia e l’Associazione Coscioni esultano per la legge sul suicidio assistito, in Veneto si consuma una profonda resa sociale.
Presentare questa scelta come una “conquista di civiltà” significa mascherare la rinuncia delle istituzioni di fronte al dolore e alla fragilità.
È davvero libertà se una persona malata, anziana o disabile chiede di morire perché si sente sola, inascoltata o percepita come un peso per i propri cari?
Nel suo ultimo editoriale, la Senatrice Paola Binetti solleva un interrogativo che interpella anche la coscienza della politica. Proprio in una terra che vanta una gloriosa storia medica come quella padovana, le istituzioni scelgono la via procedurale più drastica invece di potenziare la rete dell'assistenza reale.
Una cosa è rifiutare l’accanimento terapeutico, un'altra è trasformare la morte nella risposta alla sofferenza.
La medicina moderna ha tutti gli strumenti per combattere il dolore attraverso cure palliative efficaci e competenze avanzate.
Rinunciarvi significa tradire la missione fondamentale del nostro sistema sanitario.
Quando la politica smette di proteggere i più deboli, la libertà diventa solo un'illusione.
Per l’Unione di Centro la difesa della vita, il rispetto della legge naturale e la solidarietà restano capisaldi non negoziabili.
La risposta al dolore non è l'abbandono ma più cura, più assistenza e più umanità.
→ Per approfondire leggi l'editoriale

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LEGGE SUL SUICIDIO ASSISTITO IN VENETO | Una sconfitta della medicina che mette a rischio il sistema sociale
Il Veneto è la prima regione italiana ad approvare una legge sul suicidio assistito. Esultano Zaia e l'Associazione Coscioni. Ma è una sconfitta di tutti
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1September 4, 2026 48