24 agosto 2016 - 24 agosto 2026
Sono passati dieci anni dal devastante terremoto che nel 2016 sconvolse il Centro Italia uccidendo 299 persone e distruggendo interi paesi in pochi istanti.
Dieci anni. Eppure, a guardare qual è oggi lo stato in cui versano Amatrice, Accumoli, Pescara e Arquata del Tronto, sembra che siano passati dieci mesi. Con novemila cantieri aperti che procedono a spizzichi e bocconi, con centinaia di edifici storici compromessi che non sono stati neppure messi in sicurezza, la ricostruzione è ancora un miraggio.
Migliaia di famiglie, costrette per anni lontano da casa, si sono fatte una nuova vita altrove. Altre, invece, resistono: gli sforzi di centinaia di volontari che si rifiutano di abbandonare il proprio paese e lottano a mani nude per rimetterlo in sesto sono semplicemente eroici. Ma, di fronte a un disastro del genere, l’eroismo non può bastare. Servono materiali, servono professionisti, serve coordinamento. Insomma, serve lo Stato.
Qui in Italia, pero, lo Stato c’è solo quando non serve. Le nostre istituzioni, onnipresenti quando si tratta di taglieggiare famiglie e imprese, mostrano il braccino corto ogni singola volta che c’è da tirar fuori i soldi. Purtroppo - lo sapete - funziona così: le prescrizioni del vangelo mortifero di Bruxelles son queste e non sono ammesse eccezioni. Neppure quando c’è di mezzo una comunità che ha vissuto una tragedia ed è decisa a non mollare.
Se vogliamo davvero che questi paesi tornino a vivere, abbiamo solo una strada: il nostro Paese deve tornare a vivere.
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